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    Mostra

    Da macerie a materia viva

    La narrazione virtuale di questa mostra è pensata come un’integrazione all’esperienza fisica del percorso espositivo. Non c’è nulla che possa sostituire la relazione corporea con l’arte e la sua visione spaziale attraverso i cinque sensi. Pertanto, in questa pagina troverete una lettura interpretativa a corredo di opere che abbiamo voluto citare in corrispondenza delle note testuali, ma che abbiamo scelto di non mostrare tramite una riproduzione fotografica. Crediamo fermamente che questo supporto digitale funzioni per interagire con chi vedrà la mostra di persona e, al contempo, possa fungere da invito per tutte le persone che verranno incuriosite dalla versione evocativa che abbiamo curato in aggiunta.

    Il percorso interpretativo in cui vi immergerete è stato pensato intorno ai 12 principi della Permacultura, che sono richiamati in cima ad ogni contributo. Ogni contributo, Poi, restituisce una lettura duplice dell’opera presa in analisi. La prima costruttiva (Fare luce) e la seconda dissacrante (Guardare attraverso l’oscurità), per corredare il significato dell’oggetto artistico di un contesto critico completo e puntuale.

    Infine, leggerete tutti i testi al femminile sovraesteso, cioè declinati nel genere morfologico soppresso dalla rappresentazione pubblica e collettiva. Questa scelta, come molte altre, lungi dall’essere solamente simbolica contiene invece la matrice della nostra prospettiva permaculturale: intendiamo partire dalle radici e raccogliere tutte le foglioline scacciate e le erbette spontanee giudicate fastidiose, inutili, scorrette, solo perché devianti dalle norme (non solo grammaticali) che ci sono state imposte da una cultura patriarcale, coloniale e capitalista.

    1. 01 Giungla
    2. 02 Fotografie
    3. 03 Penelope
    4. 04 Era presente
    5. 05 Tappetini
    6. 06 Protesta
    7. 07 Muro delle idee
    8. 08 Tra le onde dell’indifferenza, naufraghi di speranza

    Giungla

    “Giungla” di Michele Russo, consociazioni mobili di piante mediterranee e tropicali, 2026

    Fare luce

    Integra invece che separare

    “Giungla” è una progettazione condivisa che nasce dall’osservazione delle piante che abitano ogni isola mobile, considerandone i bisogni, le relazioni, cosa restituiscono e quali sono le loro caratteristiche innate. La piantumazione è avvenuta con giovani di etnie e lingue diverse: il bisogno di comunicare verbalmente si è ridotto: l’olfatto, il tatto, il gusto esprimevano.

    Sono affiorati ricordi legati a profumi di cucina e di rimedi erboristici tramandati come lo strumento per dialogare con le piante. In questo contesto ogni singola isola mobile ha prima posto e poi risposto a domande semplici: quali sono le necessità comuni alle abitanti di ciascuna isola mobile della composizione? Quali i bisogni che soddisfano? A cosa sono (h)abit-uate?

    Osservare, conoscere, comprendere. L’ultimo sguardo è andato a questo luogo, l’ambiente in cui insistono e insistiamo, dove il clima di questa terra viene sottolineato, esasperato in alcuni momenti dell’anno e il tepore piacevole dell’inverno in questa serra, in estate si trasforma in una previsione di non-vivibilità. La predizione di un domani dove anche le piante se potessero preferirebbero fuggire, a ricordarci una migrazione climatica prossima.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Applica l’autoregolazione e accetta i feedback

    Queste piante sono destinate a morire, a meno che qualcuna le custodisca fuori da questo Spazio. Le condizioni di estremo stress a cui sono sottoposte le mette nella condizione di dover essere costantemente curate, accompagnate, bagnate. Costrette a migrare, muoversi sulle rotelle delle isole mobili, alla ricerca di riparo in questo Spazio ostile per almeno 5 mesi l’anno, quando l’effetto serra della copertura e l’assenza di correnti d’aria rende difficile la sopravvivenza alla maggior parte delle specie presenti. È stata vana la scelta di varietà tropicali o subtropicali che, in molti casi, è legata più alla presunzione che alla speranza.

    Nulla di permanente, nulla di integrato. Le individue che popolano “Giungla” sono trattate come componenti d’arredo piuttosto che autentiche abitanti dello Spazio con esigenze proprie. Il desiderio di modificare la vivibilità di questo luogo riempiendolo di piante si infrange contro una realtà cinica: questo non è un edificio abitabile, non è pensato per accogliere, non più. L’ostinazione, l’illusione, un amore nostalgico ci lega ad ambienti che, se fossimo davvero consapevoli del poco tempo di questa vita terrena, avremmo già abbandonato o staremmo progettando di farlo a breve.

    E ancora non abbiamo affrontato l’inverno.

    Fotografie

    Fotografie in bianco e nero, Archivio fotografico comunale, 1994
    Mappe dell’Antica Pescheria, Archivio fotografico comunale, 1914
    Fotografie in bianco e nero, fonte incerta

    Fare luce

    Usa soluzioni piccole e lente

    Quanto è irraggiungibile il passato in un presente ipertrofico che si estende su tutto il nostro tempo? Quanti sono gli obblighi quotidiani a cui adempiere in una società sfuggente che tuttavia performa in quantità e richiesta di rapidità ma non in competenza?

    Abbiamo raccolto minuziosamente le fotografie esposte, procedendo personalmente con telefonate, contatti e incontri. Abbiamo fondato la ricerca anche sul passaparola e per allestire la sezione fotografica abbiamo scelto, come per tutte le altre, il confronto e la voce. Abbiamo fatto rete e deciso che la maggior parte del tempo sarebbe stata dedicata a recuperare le relazioni presenti grazie alle fotografie del passato. Alcune di queste sono rimaste senza tempo a disposizione per procedere alla ricerca documentale dell’autrice, della fonte, dell’anno dello scatto e ci osservano come immagini dalla provenienza incerta, ricordandoci che ci vuole tempo per rispolverare il tempo. Rammentandoci che serve tempo per restituire tempo.

    Per questo lavoro piccolo e lento, al momento imperfetto, vogliamo ringraziare profondamente il responsabile dell’archivio comunale di Caltagirone, oggi in pensione, sig. Piluso; Francesco Failla e Oriana Failla.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Cattura e immagazzina l’energia

    Nella concezione comune e più diffusa il futuro è sinonimo di progresso e il progresso, questo faro, è positivo per definizione. Non importa cosa sopprimiamo per la nostra idea controversa di miglioramento; non importa cosa abbiamo ritenuto “miglioramento”: la perdita della biodiversità, della complessità come requisito imprescindibile per la giustizia, della singolarità come perno ineludibile della verità collettiva. Giacomo Leopardi ci scrisse trattati filosofici e lunghissime lettere alle amiche, prima di essere schernito dalla storia e dal Positivismo ottocentesco. Si chiedeva: siete sicure che la tecnologia non stia sostituendo anche la vostra capacità di riconoscere nel mondo un habitat in cui convivere rispettosamente con soggette di tutte le specie? Siete certe che le cose del mondo non siano tutte individue con un’esistenza propria invece che funzionare al vostro sguardo come risorse disponibili al nostro “sviluppo”? Siete convinte che “risorse” sia la parola più equanime per nominare la pluralità autodeterminata del vento, del grano, del mulo?

    In bianco e nero, su carta stampata e incorniciata, vedo l’antica pescheria, la sua mappa architettonica: aveva una ghiacciaia, era pensata per contemperare ambienti e usi… Col progresso della sua ristrutturazione abbiamo perduto il bilanciamento climatico e ritrovato una serra rovente e inabitabile, per quanto esteticamente luminosa.

    Penelope

    “Penelope” di Sofia Marino, SO_UP, intreccio e cucitura con materiali di scarto, 2026

    Fare luce

    Usa i limiti e valorizza i margini

    Qual è l’impronta di CO2 di una ragazza di vent’anni, con un passato e un presente complicato, che si tuffa su un pupazzo di stoffa fatto di scarti? Come si misura in joule la cura e la dedizione di un gruppo di persone migranti tra i sedici e i diciotto anni che posano il telefono per scegliere dei colori da intrecciare e costruire insieme dei tentacoli? Colori che raccontano di sé, trame simili ma diverse, dove ogni nodo si esprime.

    Penelope è grande, impattante, vuole farsi notare. Penelope è fatta di scarti, di cose che non servono più, anzi, di beni di consumo emozionale che svolta la loro funzione nel mondo troppo spesso vacuo del fast fashion, diventano rifiuto prima ancora di essere stati risorsa. Nel deserto di Atacama, in Cile, c’è un cimitero di abiti usati, visibile dallo Spazio, che annualmente accoglie circa 50.000 tonnellate di “robaccia”.

    Ma, almeno, a Spazio Poi abbiamo una piovra.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Non produrre rifiuti

    La vita di un polpo ha la durata media di 1-2 anni, mentre quella di una piovra gigante arriva fino a 6. Non siamo in grado di prevedere la durata della vita di Penelope, ma siamo sicure che sarà, come lo è già stata, piena di relazioni e che il suo corpo sarà in contatto con tantissime abitanti di Caltagirone, umane e non umane. Siamo altrettanto consapevoli che il suo corpo cambierà e forse tra 5-6 anni, i materiali che la compongono torneranno indistintamente in mare. Penelope è composta da ritagli di calzini, stoffa, reti plastificate di supporto e gomma piuma di riempimento. Materiali una volta differenziati, sono stati intrecciati risultando mai più separabili. Inoltre, sebbene i ritagli di calzini e le stoffe siano scarti recuperati da fabbriche tessili, la creazione di Penelope in quanto creatura complessa, ha richiesto l’uso di una grande varietà di risorse, non sempre solidamente in linea con le etiche di cura della Terra e delle persone. Certamente, l’acquisto di arredi tessili altrove sarebbe stato molto meno ‘etico’, ma è altrettanto certo che Penelope non potrà ritornare nel mare con impatto zero. Penelope passerà dalla condizione di corpo amato a quella di rifiutata, prima forse sarà immagazzinata come reliquia, poi smembrata per il trasporto verso una sede di smaltimento, dove sarà abbandonata per chissà quanto tempo; nella migliore delle ipotesi verrà bruciata, per tornare energia che in parte verrà rilasciata nell’aria, nella peggiore verrà sepolta; in ogni caso finirà la sua vita in acqua rilasciando anche solo minimamente la sua tossicità.

    Era presente

    “Era presente” di Chiara Abramo, parte della serie “Patto con la Natura”, Bic nera su carta, 2026

    Fare luce

    Usa i limiti e valorizza i margini

    La parte centrale dell’opera è una lampada, fa luce, ma sembra anche un microfono antico, uno di quelli dalla forma ellittica e bombata che popolavano le prime trasmissioni televisive. Erompe nel punto più basso di quest’oggetto una catena spezzata e da questo angolo dell’opera ancora di più ho pensato alla voce che, amplificata, spezza le ingiustizie, le coercizioni, le imposizioni sommerse dal sistema sui corpi generanti. Cos’è che generano questi corpi di donne è la questione politica più sottile: welfare, forza lavoro, bacini elettorali, soldate, operaie, impiegate, surplus salariale… Una generazione di benefici massivi che ingrassano il privilegio maschile. Ma la catena ha un anello spezzato e l’utero è forato. Non nasceranno altre sperequazioni, non sulla pelle delle persone che metteranno al mondo le prossime rivoluzioni. L’abuso non ha generato la sorellanza, ma ne ha forgiato l’amplificazione e a sentirlo bene il vento, dall’arte alla società, l’urlo si amplifica dal margine al centro valicando ogni limite.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Progetta dal sistema verso i dettagli

    Generare e fiorire non sono la stessa cosa. Ogni opera di piantumazione deve trovare condizioni fertili per germogliare. Fuor di metafora ogni capacità o volontà di azione in un contesto naturale o sociale non può durare, né resistere, tantomeno prosperare se non le sono garantite possibilità nutritive e corrispondenze. Nessuna vive senza terreno, luce, ossigeno, concime, interdipendenze, relazioni, acqua, cambiamenti stagionali, api, …

    Dunque di qualsiasi capacità generativa abbia facoltà quest’opera e il suo utero artistico, questo Spazio e tutte le sue persone non potranno durare senza alleanze, convergenze, riserve di disponibilità condivise, contratti di collaborazione attivi, fattori economici permanenti. La murena che si incaglia fra i coralli che fioriscono può indicare la corruzione del mondo o la fiducia delle sue antagoniste.

    Tappetini

    “Tappetini del mare” di giovani abitanti del quartiere, intreccio di scarti tessili su rete plastica, 2026

    Fare luce

    Usa e rispondi ai cambiamenti con creatività

    “Distendetevi a pancia in su, chiudete gli occhi, fate dei respiri lenti e profondi. Ora immaginate di trovarvi nel fondo del mare, guardatevi intorno, visualizzate i colori e le creature che nuotano intorno a voi, la vita silenziosa che vi circonda. Ora aprite gli occhi. Prendete i fogli, usate i colori con le mani e dipingete quello che avete visto sott’acqua”.

    Così sono nati i “Tappetini”, da un meraviglioso lavoro di immaginazione che si è tramutato in una serie di sedute per abitare anche le zone esterne di Spazio Poi, perché ci vogliamo fare vedere, perché non ci piacciono i confini e perché la strada è luogo di incontri, di scoperta, di gioco, di avventure… e di magia.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Integra invece che separare

    Separazione: esprime l’abilità dell’essere umano a distaccarsi dal resto del mondo, cominciando dalla prima infanzia. È un processo che inizia con la percezione dell’ “io”, dell’identità e si consolida attraverso il “mio”, il possesso.

    Mentre le giovani abitanti di Spazio Poi intessevano le trame marine dei “Tappetini”, qualcuna ha chiesto “ma quando li finiremo ce li porteremo a casa?”. Abbiamo spiegato che al contrario sarebbero rimasti nello Spazio per renderlo più bello, per abitarlo colorato, ma la fatica profusa per far maturare il concetto della rigenerazione anche come atto di donazione, ha evidenziato che le dinamiche del possesso, dei confini, e dell’individualismo sono barriere difficili da valicare.

    Protesta

    “Protesta” di giovani abitanti del quartiere, acrilici e pennarelli su cartone e stoffa, 2026

    Fare luce

    Usa i limiti e valorizza i margini

    Gli striscioni della “Protesta” sono il risultato di un esercizio di cittadinanza attiva forse inedito nella storia di Caltagirone, che ha visto sfilare al centro storico un corteo di giovanissime abitanti che inneggiavano slogan scritti da loro. Unite, come un coro, abbiamo maturato la consapevolezza che la strada è anche il luogo dove possiamo manifestare un dissenso o rivendicare i diritti negati e persino il diritto alla strada come Spazio dove esercitarli. Eravamo consapevoli di essere una minoranza. Eravamo sole. Ma nonostante ciò abbiamo camminato e abbiamo urlato a gran voce.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Ottieni un raccolto

    Nessuna. Non una parola. Abbiamo atteso sotto le porte del Comune che qualcuna si affacciasse, scendesse a stringerci la mano, a dirci la sua, a farci una promessa. Ma nessuna è venuta e nessuna parola è stata scritta o proferita per rispondere alla nostra “Protesta”.

    Anche il silenzio e l’assenza però sono una risposta, quella che denota il nostro magro raccolto, quello delle annate di grande carestia.

    Muro delle idee

    “Muro delle idee” di giovani abitanti del quartiere, pennarelli e stencil su legno e forex, 2026

    Fare luce

    Usa soluzioni piccole e lente

    Il “Muro delle idee” è un modo per parlare in maniera asincrona con chi attraversa il quartiere di Spazio Poi, attraverso domande e contributi scritti da chi passa di lì, con la prospettiva di raccogliere le annotazioni, lentamente, trasferirle su carta senza perderle col passare dei giorni e senza necessariamente sapere da chi arrivano, ma con la consapevolezza del luogo da cui arrivano: la strada. Così un rapporto epistolare collettivo, estemporaneo e inaspettato, può generare una visione condivisa o anche solo rubare un sorriso, catturare uno sguardo.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Osserva e interagisci

    Indifferenza. Questo è quello che abbiamo osservato davanti al “Muro delle idee” che, per giorni, è stato esposto sulla scala accanto a Spazio Poi. La gente passava senza neanche voltare lo sguardo. Poche volte qualcuna ha esitato di fronte al nostro “Muro”. Nessuna delle passanti occasionali ha mai scritto nulla, se non dietro esplicita richiesta. E così quell’ottimismo colorato che ha animato le speranze di collettività riposte su quella superficie esposta si è lentamente sbiadito.

    Per adesso questo ci ha restituito la strada: l’indifferenza.

    Tra le onde dell’indifferenza, naufraghi di speranza

    “Tra le onde dell’indifferenza, naufraghi di speranza” del Progetto SAI minori stranieri non accompagnati di Caltagirone, scultura su base di legno in gesso, sughero e stoffa con acrilici, sassi e sabbia, 2026

    Fare luce

    Progetta dal sistema verso i dettagli (Copia dai modelli naturali)

    Possiamo comprendere cose mai vissute? Sì, forse tramite la compassione come unica possibilità di apprendimento. Un comportamento “naturale”, come la fuga, è una risposta a condizioni non scelte. Un’opera, come quest’opera, talvolta, ha l’intenzione di restituire memoria. Io che scrivo non ho la presunzione di aver compreso pienamente quello che non ho esperito attraverso il corpo e provo una forma di vergogna nell’uso delle parole “restituire memoria” per trasmettere una consapevolezza non provata sulla mia pelle. Ascoltare è la cosa più onesta da fare. Impegnarsi in un ascolto attivo che parte dalla consapevolezza che l’esercizio di comprensione deve prima passare dalla messa in discussione del proprio vissuto come unica verità. Fare Spazio con lo sguardo a questa opera è copiare un modello naturale, ovvero fare Spazio a una possibilità di comprensione. Non possiamo sapere quanto le intenzioni di chi lo ha creato riescano ad arrivare davvero a chi lo guarda. Ma di una cosa possiamo essere consapevoli: esiste perché le autrici non sono annegate in mare aperto.

    Guardare attraverso l’oscurità

    Cura della Terra, cura delle persone, equa condivisione.

    Cura della Terra, cura delle persone, equa condivisione: queste le tre etiche alla base della progettazione in Permacultura. Per immaginare sistemi capaci di accogliere il genere umano è necessario che di qualsiasi azione ci siano queste tre etiche a fondamento. Superfluo giustificare o spiegare. I fenomeni migratori da sempre accompagnano il genere umano, e la Sicilia è forse stata nei millenni uno degli esempi più evidenti di promiscuità. Come un fenomeno naturale, come un processo migliorativo, che non ha avuto nel tempo bisogno di essere giustificato o spiegato. Siamo il risultato di flussi continui e reiterati nei secoli e se questa regione possiede un’altissima biodiversità, non è certo per le sole condizioni climatiche particolari. Ognuna ha portato con sé semi di cultura, di conoscenza e di arte. Oggi sembra quasi che la paura ci abbia fatto dimenticare di cosa siamo fatte.

    Credits

    Direzione artistica di Federica Alba Di Raimondo e Alisa Marghella
    Curatela di Federica Alba Di Raimondo, Alisa Marghella, Piero Pitrolo Gentile, Michele Russo
    Allestimenti di Federica Alba Di Raimondo, Alisa Marghella, Piero Pitrolo Gentile, Francesco Trovato
    Grafiche di Barbara Scerbo
    Cornici artistiche di Fabio Spatola
    Sviluppo digitale di Innova Design Studio
    Stampe di Puntostampe S.c.a.r.l.
    Font donati da Zetafonts

    Note legali

    Spazio Poi è la casa di quartiere ospitata nella ex Pescheria di Caltagirone, progetto promosso da Extopia APS.

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